Tony D’Amico non è ancora ufficialmente il nuovo direttore sportivo della Roma, ma il suo profilo racconta già molto della strada che il club potrebbe prendere. Non solo mercato, non solo nomi: il dirigente abruzzese ha costruito la propria reputazione sulla capacità di individuare giocatori prima dell’esplosione definitiva e trasformarli in patrimonio tecnico ed economico.
Più che “scoperte” personali, i suoi colpi migliori vanno letti come operazioni di sistema: scouting, intuizione, contesto tattico e valorizzazione. Una formula che al Verona e poi all’Atalanta ha prodotto risultati importanti.
Da Verona a Bergamo
Il primo laboratorio è stato il Verona. Lì D’Amico ha lavorato su profili come Amir Rrahmani e Sofyan Amrabat, arrivati a costi contenuti e poi diventati plusvalenze pesanti. Il difensore kosovaro è passato al Napoli per circa 14 milioni più bonus, mentre il centrocampista marocchino è stato ceduto alla Fiorentina per 20 milioni più bonus.
Nello stesso ciclo sono cresciuti o sono stati valorizzati anche Marash Kumbulla, poi finito proprio alla Roma, Mattia Zaccagni, Antonin Barak, Federico Dimarco, Matteo Lovato, Lorenzo Montipò, Marco Faraoni e Darko Lazovic. Un Verona sostenibile, aggressivo, capace di competere e rivendere bene.
Il modello Atalanta
A Bergamo, il livello si è alzato. Nel ciclo di D’Amico sono arrivati Ederson, Ademola Lookman, Rasmus Hojlund, Gianluca Scamacca, Isak Hien, Charles De Ketelaere, Raoul Bellanova e Mateo Retegui. Alcuni sono diventati subito centrali, altri sono stati rivenduti con margini enormi: Hojlund è passato al Manchester United per una cifra vicina agli 80 milioni, mentre Retegui è stato ceduto all’estero per oltre 60 milioni.
Per la Roma, questo è il punto. Gasperini avrebbe bisogno di un ds capace di capire le sue richieste, ma anche di proteggere il club sul piano economico. D’Amico conosce il tecnico, sa lavorare sul medio periodo e ha già dimostrato di poter costruire valore. Se l’arrivo sarà confermato, la sfida sarà replicare quel metodo a Trigoria, con meno margini d’errore e molta più pressione.