Ubaldo Righetti ha guardato la morte in faccia e oggi può raccontarlo con il sorriso di chi sa di aver vinto la partita più difficile. L’ex difensore della Roma, campione d’Italia nel 1982/83 con la squadra di Nils Liedholm, si è aperto in una lunga intervista alla Gazzetta dello Sport, ripercorrendo il doppio infarto del 2021, la notte dei 18 arresti cardiaci e gli anni più intensi della sua vita romanista. “Io e la morte ci siamo incontrati, ma non ci siamo piaciuti. Sarà per un’altra volta”, ha raccontato. Con la Roma vinse lo Scudetto 1982/83 e due Coppe Italia, nel 1984 e nel 1986.
La notte più lunga
Il racconto di Righetti parte dal momento in cui tutto poteva finire. Stava giocando a tennis quando avvertì un peso fortissimo sul petto: “Sono stato colpito da un doppio infarto. Ricordo la dottoressa che urlava: ‘lo stiamo perdendo’”. Poi il defibrillatore, il buio, l’intubazione, la paura vissuta soprattutto da chi gli era accanto.
L’affetto arrivò da tanti compagni di viaggio. Falcao, Walter Sabatini, Paulo Fonseca, amici, ex colleghi e tifosi. Una risposta enorme per un uomo che, nella memoria romanista, non è soltanto un ex calciatore: è uno dei volti della Roma dello Scudetto.
La Roma di Liedholm e il ricordo di Ago
La parte più emozionante resta quella legata alla Roma. Righetti parla di quel gruppo come di una famiglia: Bruno Conti, Pruzzo, Nela, Falcao, Agostino Di Bartolomei. Proprio Ago resta il ricordo più profondo: “Dovrai sudare per loro, perché loro sono la Roma”. Una frase che vale più di mille definizioni.
Poi la ferita della finale di Coppa dei Campioni persa con il Liverpool all’Olimpico, ancora impossibile da riaprire senza dolore. E l’addio alla Roma, segnato dalle incomprensioni con Sven-Goran Eriksson. Ma il filo non si è mai spezzato: Righetti è rimasto dentro la storia giallorossa. Come chi ha rischiato di uscire dalla vita, ma non dal cuore della sua gente.