Esce “Aldair Cuore Giallorosso”, documentario diretto da Simone Godano che supera l’epopea sportiva del campione brasiliano per svelare l’uomo dietro la leggenda. Attraverso una narrazione che esalta il silenzio e le radici baiane dell’ex difensore, arricchita dallo sguardo emotivo dello scrittore Sandro Bonvissuto, il film compie un viaggio intimo tra Brasile e Italia. Un racconto di appartenenza e memoria, in cui i tifosi romanisti scopriranno un lato inedito e commovente del loro idolo. Queste le parole rilasciate da Pluto insieme a Simone Godano, il quale lo ha accompagnato in questo splendido viaggio.
Le dichiarazioni di Aldair
Nel documentario emerge un legame profondissimo con Roma e con i tifosi giallorossi. Quando ha capito che quella città sarebbe diventata per lei una seconda casa? «È difficile capirlo subito, pronti via. Roma è una città grandissima, immensa. Me ne sono reso conto dopo circa tre anni; anche se in quel periodo la squadra non andava benissimo, io stavo bene in città e avevo un ottimo rapporto con la tifoseria. Quindi penso di averlo capito dopo tre anni, sì.»
Lei è sempre stato un campione molto amato ma anche molto riservato. Com’è stato mettersi al centro di un racconto così personale e intimo per la realizzazione di questo documentario? «Come mi sono sentito? Lavorare con Simone e con il resto della troupe mi ha fatto sentire molto rilassato. Mi hanno messo a mio agio e tranquillo davanti alle telecamere, il che per me non è facile. Mi hanno lasciato lavorare con serenità e credo che siamo riusciti a realizzare un bellissimo progetto, diciamo di sì.»

“Aldair Cuore Giallorosso” racconta non solo il calciatore ma anche le sue radici in Brasile. Che emozioni ha provato nel tornare nei luoghi della sua infanzia insieme alla troupe? «Mancavo da lì da quarant’anni, quindi rivivere questi luoghi e queste situazioni mi ha fatto emozionare moltissimo. È stato davvero bello, sì.»
Le parole del Regista Simone Godano
In relazione al film, lei racconta che il silenzio di Aldair è stata la prima cosa che l’ha colpita. Come si trasforma il silenzio in linguaggio cinematografico? «Non è una domanda facilissima. In questo documentario ci siamo riusciti perché il protagonista, Aldair, avendo questa come caratteristica principale, ci ha portato proprio nel suo territorio personale, umano, ma anche fisico. Arrivando a Banco da Vitória, percepisci qualcosa che, venendo da Roma, è molto diverso. Eppure, senza essere retorici o cercare forzature, Roma e il Brasile hanno qualcosa in comune; forse è anche il motivo per cui Aldair è così amato. Prima chiedevate perché lo amino così tanto: in fondo, c’è un forte senso di appartenenza. Aldair si sente romano. C’è questa unione, questa vicinanza. Noi parlavamo spesso dello stereotipo del brasiliano, di Ronaldo o Adriano, quindi la samba, la festa, i gol; dall’altra parte, invece, ci sono il fiume, il silenzio e Aldair. Probabilmente è più stimolante e affascinante fare un documentario sul silenzio piuttosto che sulla samba.»
Questo documentario sembra usare il calcio come punto di partenza per parlare di identità, appartenenza e memoria. Quanto era importante andare oltre il racconto sportivo? «Per me era fondamentale andare oltre il racconto sportivo, perché quest’ultimo è già tracciato: la storia sportiva di Aldair la conosciamo tutti, è un’epopea e rappresenta la base, il mattone di questo documentario. Immagino che un tifoso della Roma che andrà al cinema dal 21 maggio vorrà vedere l’Aldair calciatore, ma rimarrà invece sorpreso, stupito e affascinato. Durante la conferenza stampa, la prima domanda mi è stata fatta da una giornalista che ha detto di aver visto tanti occhi lucidi durante il momento familiare di Aldair. Ecco, riuscire a commuovere le persone in un documentario era un nostro obiettivo, ma non era affatto scontato, quindi ne siamo estremamente felici.»

La presenza di Sandro Bonvissuto dà al film uno sguardo molto emotivo e da tifoso. Perché ha scelto proprio lui come guida del racconto? «Ho scelto Sandro come guida del racconto perché, una volta incontrato Aldair, ho sentito il bisogno di avere una spalla accanto a lui durante il viaggio, proprio per riuscire a tirargli fuori delle emozioni. L’idea, come dicevo, era quella di provare a ricreare una dinamica in stile “Quasi amici”, mettendo insieme due personaggi opposti. Sandro ha delle grandi qualità, prima fra tutte la simpatia. L’ho conosciuto solo sei mesi fa, ma già dal primo giorno mi sembrava di conoscerlo da una vita: trasmette grande confidenza. Dietro il suo essere un finto cinico e un finto duro, si nasconde una persona dal cuore enorme, per cui ne sono rimasto subito attratto. Sandro incarna proprio il tifoso della Roma per eccellenza e, paradossalmente, conosce più dettagli lui sulla carriera di Aldair che Aldair stesso, come gli ha persino confessato! Era la persona giusta al momento giusto. Inoltre, facendo lo scrittore, offriva non solo il pretesto per raccontare Aldair, ma portava con sé il dono della parola. Sandro ha scritto delle cose bellissime su di lui, che poi sono state narrate da Amendola; noi ne abbiamo fatto una sintesi, ma si potrebbe veramente scrivere un libro con tutto il materiale che ha prodotto.»

Nel viaggio in Brasile emerge un’immagine lontana dagli stereotipi più folcloristici. Che tipo di Brasile voleva raccontare attraverso la figura di Aldair? «Il Brasile che volevamo raccontare doveva sicuramente rappresentare Aldair. Per le riprese del documentario siamo partiti da Rio de Janeiro, che ci ha portato in luoghi divertenti dove però abbiamo notato un forte contrasto tra Aldair e la città. La sua prima squadra è stata il Flamengo: è arrivato lì a sedici anni, forse anche prima, dopo un viaggio di ventiquattro ore in pullman da Ilhéus. Già questa è una storia che fa capire subito cosa rappresenti il film. Abbiamo compreso che Rio simboleggiava la difficoltà di adattamento di un ragazzino. Quando invece siamo arrivati a Banco da Vitória, a Ilhéus, abbiamo capito davvero da dove venisse Aldair: dal silenzio, da questo fiume, da questa piccola strada a lui intitolata. Lui ha una via col suo nome, Rua Aldair, e non ce l’aveva nemmeno detto! Lo scopre Sandro nel documentario. Stai girando un film su di lui, ma lui non ti dice una cosa del genere perché non vuole sbandierare ai quattro venti di avere una strada a lui dedicata. È fatto proprio così, e da queste piccole cose si capisce realmente chi sia l’uomo.»
Aldair è una leggenda romanista ma anche una figura molto discreta, quasi controcorrente rispetto al calcio contemporaneo. Secondo lei è questo che oggi continua a renderlo così amato? «Assolutamente sì. Aldair è amatissimo dai compagni di squadra. Come ho già detto, Francesco Totti, quando ha rilasciato l’intervista per il documentario, era visibilmente emozionato. Vedere un campione come Francesco emozionarsi nel parlare di lui fa capire quanto Aldair fosse importante all’interno dello spogliatoio e quanto fosse considerato un vero e proprio modello umano, preso come riferimento da tutti. Lo si nota chiaramente guardando lo sguardo degli altri campioni quando parlano di lui.»