La parola “riforma” in Italia spesso suona come promessa. Stavolta, invece, Gabriele Gravina ha presentato un impianto concreto: una sorta di PGMOL all’italiana per gestire gli arbitri di Serie A e B con un modello più aziendale, indipendente e (nelle intenzioni) più trasparente. L’obiettivo dichiarato è dare risposte a una crisi arbitrale percepita come evidente e continua, senza arrivare a un commissariamento dell’AIA che rischierebbe di impantanare tutto.
Una società FIGC al 100%: l’indipendenza (vera) passa da chi nomina il vertice
Il cuore del progetto è una società indipendente, partecipata al 100% dalla FIGC: le Leghe entrerebbero solo sul piano economico, con un finanziamento, evitando commistioni sul governo tecnico.
Il Consiglio federale nominerebbe tre membri del CdA, che dovrebbero essere terzi rispetto a federazione, club e arbitri. E qui c’è la svolta: sarebbe il CdA a scegliere un designatore (necessariamente ex arbitro, anche per i rapporti con UEFA/FIFA) e una figura manageriale (DG/AD) che gestisca budget e sviluppo commerciale.
Contratti, numeri e “dopo carriera”: cosa cambierebbe già da subito
Il piano includerebbe una nuova qualifica per gli arbitri di vertice, con contratti diversi: autonomo per i nuovi, subordinato a tempo determinato per i più esperti, più un’ipotesi di copertura “pensionistica” post-attività.
La struttura ripartirebbe quasi dall’attuale: 40 arbitri, 66 assistenti, 24 VMO. All’AIA resterebbero la Serie C e la base, con l’obiettivo di produrre nuovi arbitri pronti a salire.
Sul fondo, c’è anche il tema governance interna e meccanismi elettorali: l’idea è “scardinare” pratiche opache e ridare credibilità al sistema.