Il rapporto tra Aurelio Andreazzoli e la Roma è fatto di totale dedizione e di una cicatrice mai guarita. Intervenuto ai microfoni di Sky Sport, l’ex allenatore ha ripercorso la sua intensa avventura sulla panchina giallorossa. Per non farsi travolgere dal calore e dall’entusiasmo di una città tanto bella quanto impegnativa, Andreazzoli ha confessato di essersi letteralmente rinchiuso a Trigoria per quattro mesi, cercando di mantenere il contatto con la normalità e non perdere l’equilibrio. Tuttavia, l’apice emotivo di quel periodo rimane la dolorosa finale di Coppa Italia del 2013 persa contro la Lazio: una sconfitta amara che ha lasciato una ferita ancora oggi impossibile da rimarginare. Queste sono state le sue parole.
Le dichiarazioni di Andreazzoli
Ricordando l’intensità del periodo vissuto sulla panchina della Roma, il tecnico ha spiegato il suo particolare approccio per gestire le pressioni dell’ambiente:
«Molto semplicemente, mi sono chiuso per quattro mesi dentro Trigoria. Non sono mai uscito, perché Roma è una città che ti fa impazzire per quanto è bella e calorosa. Però ci sono momenti di successo che non portano positività. In certe situazioni si rischia di perdere un po’ il senso della ragione e della normalità: è una città che ti ingloba. Quando poi arrivano risultati importanti, come quelli che avevamo ottenuto noi in alcuni frangenti, diventi troppo bravo. E l’essere considerato troppo bravo è una situazione che a me non piace molto».

Affrontando il doloroso capitolo della finale di Coppa Italia del 2013 persa contro la Lazio, all’allenatore è stato domandato come una vittoria avrebbe potuto cambiare la sua traiettoria professionale e quanto bruciasse ancora quel ricordo. Su questo duplice aspetto ha chiarito:
«Alla seconda domanda non posso rispondere, perché non si può sapere. Certo, avevo la considerazione della società e anche dell’ambiente. Una vittoria di quel tipo, in un derby giocato a Roma, sarebbe stata qualcosa di enorme. Allo stesso modo, era impossibile che una sconfitta così non avesse conseguenze».
Soffermandosi proprio sulla profonda cicatrice emotiva lasciata da quello storico incontro, ha poi concluso:
«La ferita non si è mai chiusa. Non ho mai rivisto quella partita, perché sarebbe stato troppo doloroso. È stata una gara giocata male da entrambe le squadre, persa per un episodio. Un altro episodio ci è venuto contro e quindi l’abbiamo persa. Il calcio è anche questo»