Foti riapre il libro di Mourinho: “A Roma qualcosa di magico”

L’ex vice dello Special One racconta lo staff giallorosso, la notte di Tirana e il legame con una squadra entrata nella storia

Jacopo Mandò -
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Foti e Mourinho
Foti e Mourinho in panchina con la Roma: il racconto del vice al Corriere – Romaforever.it

La Roma di José Mourinho continua a vivere nella memoria dei tifosi. Non solo per la Conference League vinta il 25 maggio 2022 contro il Feyenoord, ma per il senso di appartenenza che quella squadra riuscì a costruire attorno a sé. A raccontarlo è Salvatore Foti, ex vice dello Special One, in un’intervista al Corriere dello Sport: un viaggio dentro lo spogliatoio giallorosso, tra metodo, emozione e identità.

Mourinho al centro, lo staff attorno

Foti ha descritto così il funzionamento dello staff romanista: “Mourinho architetto”, con tutti gli altri elementi perfettamente inseriti dentro il progetto tecnico e umano. Un’immagine chiara: il portoghese come guida, gli assistenti come figure operative, la squadra come blocco unico.

L’ex vice non nasconde nemmeno l’intensità di quei mesi. Alcuni gesti, ha spiegato, oggi non li ripeterebbe; ma in quel contesto serviva trasmettere energia alla squadra, perché per Mourinho la partita non era mai soltanto degli undici in campo. Era anche della panchina, dello staff, dell’ambiente. Tutti dentro la stessa battaglia.

Tirana, il discorso più corto

Il ricordo più forte resta la finale di Tirana. Prima di Roma-Feyenoord, la riunione tecnica durò meno di un minuto. Mourinho non aveva bisogno di aggiungere molto: “Dobbiamo solo prendere la coppa e portarla a Roma”.

Quella frase racconta la mentalità di un gruppo convinto, compatto, quasi destinato. Foti ha parlato di qualcosa di “magico”, nato anche dall’organizzazione maniacale dello Special One: hotel vicino allo stadio, famiglie tenute a distanza per proteggere la concentrazione, ogni dettaglio costruito attorno alla finale.

A distanza di anni, quella notte resta una delle immagini più forti della storia recente romanista. Non solo un trofeo, ma la fotografia di una squadra che aveva imparato a sentirsi una cosa sola.