Capello: “Scudetto? Il Presidente ha creduto in me”

Le dichiarazioni dell’ex allenatore giallorosso Fabio Capello

Jacopo Pagliara -
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Fabio Capello
Fabio Capello (RomaForever.it)

A più di vent’anni di distanza, lo storico scudetto della Roma del 2001 resta il “vero miracolo” sportivo di Fabio Capello. In una lunga e schietta intervista rilasciata al Corriere della Sera, l’ex tecnico giallorosso ripercorre le tappe di quel trionfo indimenticabile, svelando retroscena inediti. Dall’arrivo di Batistuta alla sua clamorosa fuga in Perù nel giorno della festa scudetto, fino alla sua discussa fama di “sergente di ferro”, Capello si racconta senza filtri. Un viaggio nei ricordi dove la disciplina non è mai stata durezza gratuita, ma si traduceva in una sola e semplice parola: rispetto. Queste sono state le sue parole.

Le dichiarazioni di Fabio Capello

Ripercorrendo i ricordi di quello che in molti considerano il suo vero miracolo sportivo, ovvero lo scudetto con la Roma del 2001, l’ex tecnico giallorosso sottolinea l’importanza della fiducia societaria e delle scelte di mercato: «Il presidente ha creduto in me. Ci serviva un centravanti e abbiamo chiamato Batistuta, anche se sapevamo che aveva problemi alle ginocchia. Abbiamo costruito una grande squadra. Io non ho mai avuto un procuratore, non volevo dare una percentuale del mio guadagno a qualcuno. Lo dissi anche a Totti, credo che ci abbia ragionato su».

Fabio Capello
Fabio Capello (RomaForever.it)

Un trionfo indimenticabile che porta con sé, tuttavia, un singolare rammarico legato alla grande festa scudetto, alla quale l’allenatore decise clamorosamente di non partecipare: «Una brutta cosa, mi è rimasta dentro. Avevamo rischiato di perdere lo scudetto durante l’ultima partita di campionato contro il Parma, per colpa dei tifosi che avevano invaso il campo; mi sono arrabbiato come mai in vita mia. Alla fine chiesi: “Dove festeggiamo?” Mi dissero: “Da nessuna parte. Festeggiamo giovedì, perché ci sono i politici”. I politici? Avevo già prenotato l’aereo per il Perù. Partii per il Perù».

Infine, Capello ci tiene a ridimensionare il mito che lo ha sempre dipinto come un inflessibile “sergente di ferro”, spiegando come il suo approccio fosse dettato esclusivamente dall’educazione verso il gruppo: «Non direi. Per me la questione era il rispetto. I ritardi, la maleducazione non erano ammessi. Se questo vuol dire essere un sergente di ferro, allora sì, lo ero. Alla Roma cominciai a raccogliere le bottigliette d’acqua che i calciatori gettavano via; se ne accorsero, e non lo fecero più».