Il 4 giugno 1989 il sole scaldava Milano, ma il cuore del tifo romanista si sarebbe ghiacciato per sempre. Antonio De Falchi aveva solo 19 anni e un amore puro per la Roma, una passione che lo aveva spinto fino a San Siro per sostenere i suoi colori. Insieme a due amici, passeggiava nei pressi dello stadio con l’innocenza dei suoi anni, senza sciarpe al collo, in borghese.
Un gruppo di ultras rossoneri gli si avvicinò con una scusa banale per testarne l’accento: “Hai una sigaretta?”. Fu un attimo. La cadenza romana tradì le sue origini e la sua fede. L’agguato fu vile e fulmineo: Antonio provò a fuggire disperatamente verso i cancelli, ma venne raggiunto, fatto cadere e picchiato. Il terrore di quegli istanti fu troppo grande. Il suo giovane cuore non resse allo spavento e all’aggressione, fermandosi per un infarto. Antonio morì così sull’asfalto freddo, strappato per sempre all’abbraccio della famiglia e della sua Curva Sud. Una tragedia assurda che ha lasciato una ferita indelebile in tutto il popolo giallorosso, un dolore che si rinnova nel tempo.

Per Antonio, un ragazzo come me
Oggi 4 Giugno, come ogni anno del resto, Roma, i Romanisti si sentono più soli. Oggi sono 37 anni che questa città ricorda un suo tifoso, un suo figlio, un ragazzo strappato troppo presto da questa vita: Antonio De Falchi. Ma Antonio non se n’è mai andato. Antonio è nei pensieri, nei cori, negli occhi della sua gente, della sua Curva. Negli occhi di chi come me è abituato a vedere le partite all’ombra della sua bandiera, bandiera che significa casa, amore, amicizia per tutti noi. E allora Antonio è vero che non se n’è mai andato, anzi, è più presente di prima, il nostro primo tifoso… il nostro coro più bello.