Una squadra di calcio non è soltanto un’azienda. Non è solo bilanci, strategie e sostenibilità economica. È una storia, un’identità, un popolo. Ed è proprio su questo terreno che, negli ultimi anni, la Roma sembra aver perso qualcosa di profondo.
La gestione dei Dan Friedkin e Ryan Friedkin ha inevitabilmente posto grande attenzione alla dimensione economica, tra investimenti e contenimento dei costi. Ma parallelamente si è consumato un progressivo allontanamento da ciò che rappresenta la storia recente del club.
Non è solo una questione di organigramma o di nomi. È una questione di uomini. Uomini chiamati nei momenti di difficoltà e poi accompagnati alla porta non appena emergono le prime frizioni.
L’addio di Claudio Ranieri chiude simbolicamente un ciclo. Era stato richiamato per spegnere l’incendio di una stagione complicata, la 2024-2025, e rappresentava l’ultimo punto di contatto diretto con il DNA romanista.
Con la sua uscita di scena, si chiude definitivamente il cerchio: l’ultimo simbolo del cosiddetto “romanismo” non è più dentro Trigoria.
“Nemo propheta in patria”
C’è un filo rosso che attraversa gli anni e lega due proprietà diverse, quella di James Pallotta e quella attuale dei Friedkin: la difficoltà, se non l’incapacità, di gestire i “Figli di Roma”.
Il precedente più emblematico resta quello di Francesco Totti, spinto verso il ritiro e poi lasciato ai margini con un ruolo svuotato di significato, fino alla rottura definitiva.
Poi è toccato a Daniele De Rossi, salutato in maniera fredda e controversa.
Infine Ranieri, ultimo anello di una catena che racconta molto più di semplici decisioni tecniche.
La sensazione è che la Roma abbia scelto una direzione sempre più orientata al modello aziendale, sacrificando progressivamente il legame con la propria identità storica.
Una scelta che può avere una logica nel calcio moderno, ma che a Roma pesa più che altrove. Perché qui il club non è solo una squadra: è appartenenza.
Una frattura con la piazza
Il rischio è quello di una distanza sempre più ampia tra società e tifosi. Perché se i risultati possono attenuare le tensioni, l’identità è qualcosa che non si ricostruisce facilmente.
E oggi, più che mai, la domanda resta aperta:
la Roma può davvero andare avanti senza i suoi simboli?