Marco Delvecchio si racconta, ripercorrendo gli anni d’oro della sua Roma attraverso i volti degli allenatori che ne hanno segnato la carriera. In una sincera intervista rilasciata a Il Corriere dello Sport, l’ex attaccante giallorosso apre il cassetto dei ricordi, regalando aneddoti preziosi su tre veri e propri giganti della panchina. Dalla schiettezza paterna e severa di Carlo Mazzone, alle estreme fatiche atletiche e la spregiudicatezza tattica della gestione Zeman, fino al pragmatismo vincente di Fabio Capello. È un viaggio emozionante che culmina nella trionfale stagione dello Scudetto del 2001, quando “Supermarco” accettò con estrema umiltà di reinventarsi centrocampista a tutta fascia pur di far coesistere in campo fenomeni del calibro di Totti, Batistuta e Montella.
Le parole di Marco Delvecchio
Il primo salto nel passato è dedicato al suo arrivo nella Capitale e all’impatto con la genuinità e il pragmatismo di Carletto Mazzone: “Mazzone era un grande uomo, un buonissimo allenatore. Persona che parlava schietto, molto severa sul lavoro. Quando sono arrivato dall’Inter mi ha detto: “Noi abbiamo due fenomeni che sono Balbo e Fonseca e un ragazzino fortissimo che si chiama Totti. Poi l’anno è andato bene”.
Passando poi all’era del boemo, l’ex attaccante si sofferma sull’incredibile impatto fisico, prima ancora che tattico, della gestione Zeman: “Un allenatore conta tanto, ma il più poi lo fa il giocatore in campo. Più che tatticamente era la preparazione di Zeman, quando iniziava il campionato andavamo al doppio degli altri. La fase difensiva la curava poco.”

E proprio a proposito dell’estrema spregiudicatezza di quella Roma, Delvecchio svela un retroscena emblematico vissuto dai difensori durante una rocambolesca sfida casalinga: “Lui diceva che se facevamo le cose per bene non ci sarebbe stata la possibilità per gli altri di esprimere il loro gioco. Ma non potevi andare sempre a cento all’ora. Una partita Roma-Inter in casa 4-5, ho visto Zago e Aldair girarsi verso la panchina a lamentarsi.”
Infine, il ricordo si sposta sull’apice della sua avventura in giallorosso, raccontando il dialogo decisivo con Fabio Capello e il sacrificio tattico necessario per far convivere tutti i campioni in campo: “La mia stagione dello scudetto è partita a luglio. Capello mi chiama e mi ha detto: se vogliamo vincere lo scudetto devi fare il centrocampista a tutta fascia. Mi sono guardato intorno e davanti avevo Totti, Batistuta e Montella e quindi mi adatto. L’anno dello scudetto penso di avere fatto 30 partite da titolare.”