La notizia l’hanno già fatta tutti: Pellegrini a scuola, l’evento con Sport e Salute e Adidas, le domande dei bambini, la risposta sui trofei—“ne ho vinta una, ma è come se ne valesse mille”.
Il punto, però, non è la frase. È quello che rivela: Pellegrini non è (e non va) paragonato per talento o carriera a Francesco Totti o Daniele De Rossi. Ma oggi è l’unico che ne incarna, ancora, il significato.
“Una coppa che vale mille”: la romanità non è un numero
Quel “mille” non è enfasi: è un’unità di misura emotiva. È la stessa grammatica che ha reso Roma un posto diverso dagli altri: vincere qui è più raro, più pesante, più “tuo”. E quando Pellegrini lo dice a un bambino, senza scenografie, fa una cosa che non si compra sul mercato: ricorda che AS Roma non è solo un club, è un’identità che ti cresce addosso.
L’erede “scomodo”: perché lo capiremo quando non ci sarà più
Pellegrini è un personaggio controverso, sì. Ha vissuto frizioni, aspettative, fasi in cui sembrava sempre “in debito” con la piazza. Ma è anche il capitano nato a Roma, cresciuto a Roma, con l’unica parentesi fuori al Sassuolo prima del ritorno. E questo, nel calcio di oggi, è quasi un’anomalia.
Per questo la sua eredità è strana: non la misuri in colpi impossibili, la misuri in simboli—nel restare, nel reggere, nel continuare ad amare anche quando addosso senti il rumore della contestazione (e l’ombra di José Mourinho in mezzo alle tempeste recenti). Il giorno in cui andrà via, molti scopriranno che cosa rappresentava davvero: non un Totti, non un De Rossi—ma l’ultimo ponte rimasto con quell’idea lì di Roma.