Trecento presenze non sono un dato, sono una biografia. E quando un difensore come Mancini parla di Trigoria, della prima conferenza e del “cuore che va a 2.000”, non sta facendo retorica: sta dicendo che la Roma, per alcuni, non è un passaggio di carriera ma un pezzo di vita.
Una fascia che pesa più di un ruolo
Il punto più forte è quello sulla fascia: Mancini la definisce un simbolo che ti obbliga a rappresentare “una squadra, una città, un’idea di romanismo”. E qui il messaggio diventa attuale: in una Roma che cerca stabilità e identità, i leader veri non sono quelli che parlano di più, ma quelli che sentono di dover “portare” la maglia anche quando il campo ti gira contro.
I ricordi che spiegano il presente
Quando sceglie i momenti da tenersi dentro, Mancini non va a pescare una serata qualsiasi: tira fuori il “tiro della domenica” contro la Juventus e soprattutto Tirana, il primo trofeo europeo che lui racconta come qualcosa che “va oltre tutto”, fino alla città in festa sotto il pullman. È un modo per dire: questa squadra è ancora affamata di notti così.
E poi c’è il dettaglio più “spogliatoio”: “loro tre” non sono più solo compagni. Con Bryan Cristante, Stephan El Shaarawy e Lorenzo Pellegrini, la Roma ha un nucleo che non si improvvisa: è quello che resta quando tutto cambia.