Ci sono interviste che non aggiungono notizie, ma aggiungono prospettiva. Quella di Gaetano D’Agostino alla Gazzetta dello Sport è una di queste: perché in mezzo ai ricordi da ex calciatore spunta un’immagine che spacca tutto. “A un certo punto scappai, volevo mollare”. Non è retorica: è il racconto di un ragazzino di 12 anni travolto da Centro Sportivo Fulvio Bernardini e dalla grandezza del sogno.
La Roma come famiglia prima che come club
La parte più “romanista” della storia non è l’esordio, ma ciò che succede dopo la fuga: Bruno Conti lo prende con sé e lo porta a casa, per otto mesi. Non un gesto da dirigente: un gesto da famiglia. È un dettaglio che spiega la differenza tra crescere un talento e tenerselo.
Capello, Aldair e i fischi: il lato duro dell’Olimpico
Poi arriva il calcio dei grandi: Fabio Capello “sergente di ferro”, lo spogliatoio dei campioni, e soprattutto Aldair, idolatrato al punto da sentirsi in colpa per un tunnel in allenamento.
Ma il romanzo non sarebbe completo senza la parte più ruvida: nel 2004 i fischi dell’Olimpico, il sentirsi “fuori ruolo”, lo scontro con Luigi Delneri e quella frase che oggi suona come un avvertimento per chiunque cresca qui: “Mister, io non sono un esterno”.
Il cerchio che si chiude: oggi allena i ragazzi che stanno per “scappare”
Ed è qui che il pezzo diventa diverso: perché D’Agostino oggi è tornato dentro la Roma, ma dall’altra parte. Collabora con la Roma Under 18 e lavora sul perfezionamento tecnico, oltre alla sua accademia. Fa da filtro tra talento e pressione, tra aspettative e fragilità. E forse è proprio questo il senso dell’intervista: non raccontare “com’era la Roma”, ma come si evita che un altro dodicenne richiami casa dicendo “non ce la faccio”.