Essere un figlio d’arte nel calcio non è mai semplice. Se poi tuo padre si chiama Bruno Conti, il peso del cognome raddoppia. Daniele Conti lo racconta con sincerità: a Roma “devi andare al doppio degli altri” per toglierti l’etichetta del raccomandato, del “figlio di”.
I primi passi li muove proprio nel settore giovanile giallorosso, respirando Trigoria da bambino, quando il padre lo portava nello spogliatoio e il presidente Dino Viola gli chiedeva dove avrebbe voluto veder giocare Bruno. La risposta – “al Napoli” – fu il preludio a un rinnovo lampo: un aneddoto che fotografa quanto la Roma fosse casa, ma anche quanto presto Daniele abbia imparato che il calcio è fatto di scelte forti.
Cagliari per sempre: identità divisa, cuore intero
La sua vera vita calcistica, però, è il Cagliari. Conti lo dice senza esitazioni: si sente “romano e sardo allo stesso tempo”, ma la sua casa è la Sardegna. In rossoblù diventa capitano, bandiera, simbolo di appartenenza assoluta a un’isola che lo adotta e che lui non tradirà mai.
Nonostante questo legame, il filo con la Roma non si spezza mai. Ai giallorossi segna cinque gol, abbastanza da far pensare al classico “figlio di” in rivalsa. Lui, però, lo nega: nessuna vendetta, solo il mestiere di un centrocampista che fa il suo dovere anche contro la squadra in cui è cresciuto e che ha fatto la storia di suo padre.
Le accuse di tradimento e il ritorno mai consumato
Quando esulta sotto il settore ospiti dopo un gol alla Roma, una parte della tifoseria romanista lo vive come un affronto. “Mi diedero del traditore”, ricorda Conti. In realtà, spiega, era soltanto amore incondizionato per una terra, quella sarda, che lo aveva abbracciato come uno di famiglia.
Un giorno la possibilità di rientrare a Trigoria c’è davvero: lo chiama un dirigente, in panchina c’è Spalletti, e Daniele sa che l’allenatore lo avrebbe voluto in giallorosso. Ma la risposta è sempre la stessa: non ascolta offerte, non può lasciare la Sardegna.
Roma resta radice, affetto, storia di famiglia. Cagliari, però, è la scelta di vita. E in mezzo, il percorso di un calciatore che ha saputo diventare qualcosa di più di “figlio di Bruno Conti”: una bandiera vera, anche agli occhi di chi a Roma lo guarda ancora con un pizzico di nostalgia.