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Bruno Conti, trent'anni dopo l'addio al calcio: "Vi racconto i segreti mezzo secolo di Roma"

Bruno Conti: "Da Liedholm a Mourinho, vi racconto 50 anni di Roma. Qui c'è bisogno d'amore, i Friedkin l'hanno capito"
Sabato 22 maggio 2021
«L'unica persona che mancava, perché tutto fosse perfetto, mio padre. Andrea. Che se n'è andato pochi mesi prima. Lui un riferimento per la famiglia, di sette fratelli e pochi soldi. Papà falegname, una vita di sacrifici. Quella sera volevo dirgli: "guarda, papà"». Piange, Bruno Conti nel ricordare il padre, che definisce un "eroe". Piange nel rivivere quel 23 maggio del 1991. Domani sono trent'anni, una vita. Una vita nella Roma, dal ‘73. «Siamo vecchi, porca miseria».

Quella sera mancava suo padre e anche Ottavio Bianchi.
«Beh, diciamo che di lui ho sentito meno la mancanza. L'avevo invitato, per correttezza. Aveva da fare con la dichiarazione dei redditi, col commercialista...».

Ricorda anche i particolari di quella notte.
«Tutto, ancora oggi mi emoziono. Da Liedholm che annunciava la formazione, dicendo che dovevo giocare per forza perché era la mia festa, fino al lancio dello scarpino in Sud. A proposito, il ragazzo che all'epoca lo raccolse, mi è venuto a trovare a pochi mesi fa. Ricordo Bearzot, i miei compagni dello scudetto, dal bomber Pruzzo a Di Bartolomei, Ancelotti, tutti tutti. C'erano i miei figli piccoli, l'emozione è stata enorme. La sera prima c'era stata la finale di Coppa Uefa persa contro l'Inter, confesso che per la mia festa ero preoccupato, non potevo prevedere la reazione dei tifosi. Invece, è stata magica: non c'era un buco libero tra gli spalti, c'era più gente della sera prima. Incredibile, non la dimenticherò mai».

Quel lancio dello scarpino è stato come chiudere un sipario.
«Alla Roma dal ‘73 fino al ‘91, a parte quei due anni al Genoa. Questa è la mia casa».

La lascerebbe?
«Per nulla al mondo. Eppure ci sono stati momenti in cui ho rischiato di andarmene, sarebbe stato un dolore. Chi non riesce ad andare via dalla Roma non deve essere biasimato, non si può spiegare. Totti aveva scelto questo, io anche. Devo morire così».

Da giocatore e da dirigente ha rischiato l'addio.
«Sì, con Viola c'erano problemi, Maradona mi lusingava. Una sera l'ingegnere disse a mio figlio piccolo, "Andrea, ma dove vuole andare papà?". "Da Maradona", gli rispose. Il giorno dopo avevo pronto il rinnovo con la Roma. Poi con Sensi sono stato a un passo dai saluti, forse non aveva gradito le avances della Figc, che mi voleva affidare il settore giovanile. C'erano state anche altre incomprensioni, pure a inizio mandato da responsabile del ragazzi. Rosella Sensi ha avuto un ruolo determinante, grazie a lei sono rimasto e ne sono stato felice».

E poi pure con Pallotta?
«Mi dissero che volevano cambiare. "Ma dove ho sbagliato?", chiedevo a Baldissoni, che era il dg. "In niente, è così", poi presero Tarantino, volevano gestire il tutto attraverso algoritmi. Mi rifugiai nell'Academy. Ci rimasi male, ma pur di restare...».

Da Anzalone ai Friedkin, passando per Sensi e Pallotta. Come è cambiato il calcio?
«E' tutto diverso, non so se peggio. Diciamo che all'epoca c'era più amore, divertimento, attaccamento. Oggi i calciatori scappano via. Si giocava al calcio senza essere aziende. Oggi è tutto molto più freddo, meno creativo. Le squadre erano famiglie, oggi c'è più di menefreghismo».

Anzalone cosa significa per lei?
«L'esordio nella Roma. Poi, per prendere Pruzzo mi mandò al Genoa. Mi diede una buonuscita, con cui ho aiutato la famiglia. Mio padre la prese malissimo, non voleva che andassi via dalla Roma. Non mi parlava».

Insomma, tra calciatore e dirigente, siamo a quasi cinquant'anni di Roma.
«Un percorso fantastico, ho fatto tutto, ho vinto. Ho conosciuto persone straordinarie. Calciatore, allenatore, capitano, dirigente, non posso lamentarmi. Una vita».

Domanda cattiva: Liedholm o Bearzot?
«Questa non me la merito. Non posso scegliere, Sono stati due padri. Liedholm mi ha trattenuto a Roma quando mi stavano "girando" al Pescara, ha creduto in me da subito».

Di Bearzot era il cocco, la faceva fumare dentro il pullman.
«Non lo nego. Era uno che ti capiva, anche nell'errore. Di notte non riuscivo a dormire e nei ritiri disturbavo il mio compagno Giovanni Galli. Una volta, dopo aver fumato una sigaretta, rientro in stanza e, con la luce spenta, prendo in pieno un comodino. Mi faccio male e sveglio Giovanni. Bearzot invece di punirmi mi dà una stanza tutta per me. Nel pullman, qualche tiratina di sigaretta per smorzare la tensione. Liedholm mi ha cresciuto, mi ha lanciato, mi ha messo in mezzo ai big, quando ancora ero un ragazzo. Mi fece vedere da Trebiciani quando in spiaggia giocavo a calcio con Di Chiara, Di Bartolomei e Giordano. Che tempi».

Eriksson non l'ha capita.
«Sven è un signore, pur non avendo avuto con lui grande spazio».

Le tolse la "7".
«Quello mi ha fatto male, la diede a Berggreen. Però erano problemi tattici, con Bianchi invece siamo andati sul personale, era un rapporto negativo tra uomini. Per farmi fare cinque minuti ci voleva l'urlo dell'Olimpico. Ricordate Roma-Bordeaux? L'ho anche invitato alla mia festa di addio. Non è venuto, pace».

Ha fatto l'allenatore, ma il meglio lo ha dato da responsabile del settore giovanile.
«Ma quando devi chiamare una famiglia per dire che il ragazzo non è stato preso o confermato, diventa difficile. Per il resto è un lavoro bellissimo, il mio mondo. La vittoria per me non è lo scudetto, ma De Rossi, Aquilani, Florenzi... cento milioni di plusvalenze».

Ha vissuto tanti presidenti, che ricordi ha di tutti e come considera i Friedkin?
«Guardi, sono sincero: mi ricordano molto Viola e Sensi, che si occupano da vicino della Roma. Sono presenti, lavorano, poi hanno capito come calarsi tra la gente, hanno individuato che il sentimento passa da lì. Hanno capito che la Roma è anche amore, oltre al business».

Hanno preso Mourinho, poi.
«Personaggio grandissimo, allenatore straordinario. Parlano i numeri. Una grande operazione tecnica e d'immagine. Da tifoso sono orgoglioso, esaltato».

Il suo personaggio del cuore?
«Senza dubbio Agostino. Il mio grande capitano. Se si poteva salvare? L'avevo sentito pochi giorni prima per una gara di beneficenza, non c'era nessun sentore. Gesto improvviso. Manca a tutti. Poi vorrei citare Aldo Maldera, il caballo, un uomo di una bontà ed eleganza infinite. Ho avuto vicino gente che insegnava la vita. Ho negli occhi pure il sorriso elegante di donna Viola».

Ma è vero che non andava d'accordo con Falcao.
«Ci hanno sempre messo contro. Ma avevo un ottimo rapporto con lui».

Il suo gioiello da talent scout?
«De Rossi. Si capiva subito che aveva un'altra marcia. Totti? E' stata un'intuizione di Gildo Giannini».

Lei ha il merito di aver portato Spalletti?
«Lo incontrammo di nascosto, eravamo innamorati della sua Udinese. Quella Roma è stata tra le più divertenti, e ha vinto. E ne sono orgoglioso».
di Alessandro Angeloni
Fonte: Il Messaggero
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