Calafiori si racconta: da Mourinho all’addio alla Roma

L’ex difensore giallorosso è tornato a parlare di Roma nel corso di un’intervista

Jacopo Pagliara -
Tempo di lettura: 2 minuti
Riccardo Calafiori
Riccardo Calafiori (foto asroma.com)

Riccardo Calafiori, oggi difensore dell’Arsenal e protagonista anche con la Nazionale italiana, si è raccontato in una lunga intervista rilasciata in esclusiva a Sportweek. Nel corso della chiacchierata, il centrale ha ripercorso le tappe più significative della sua carriera, soffermandosi in particolare sul percorso di crescita e sulle scelte che lo hanno portato lontano dalla Roma. Calafiori ha spiegato anche i motivi e le sensazioni legate al suo addio al club giallorosso, rivelando cosa è successo subito dopo e come quelle esperienze abbiano contribuito alla sua maturazione sia come calciatore che come persona. Questo un estratto delle sue parole.

Le dichiarazioni di Riccardo Calafiori

Nel raccontare il momento più significativo della sua carriera, emerge un aspetto profondamente personale: Quando ero alla Roma ho comprato casa ai miei genitori. In 23 anni ho ricevuto davvero più complimenti come persona che come calciatore: il merito è loro, mi sembrava giusto ripagarli”.

Ripercorrendo poi il periodo successivo alla firma con la Roma e il rapporto con José Mourinho, si evidenzia un contrasto netto tra l’entusiasmo iniziale e le difficoltà incontrate poco dopo: “Pazzesco. Avevo staccato il telefono per un paio d’ore e, quando l’ho acceso, avevo 300 notifiche da leggere. La gente mi inviava il video con le mie statistiche pubblicato da Mou. Ero contentissimo, poi probabilmente l’ho deluso e dopo il Bodo è cambiato tutto. Doveva andare così, è stata una batosta ma mi ha aiutato a crescere“.

Riccardo Calafiori
Riccardo Calafiori (foto asroma.com)

Infine, soffermandosi sul periodo successivo a quell’esperienza, segnato da incertezze e dubbi sul futuro, Calafiori racconta: “Avevo l’autostima sotto i piedi. Sono tornato alla Roma e ho appreso da un Sms che ero fuori rosa. Mi chiedevo se il mio destino fosse nelle Serie minori, però ero fiducioso: non ho mai sognato di essere un calciatore normale, volevo lavorare per arrivare dove sono ora”.