La progressione delle reti dice molto più di quanto sembri. I primi 10 gol arrivano in 121 partite, e quindi in una fase in cui Pellegrini stava ancora costruendo davvero il suo peso dentro la Roma. Poi, però, il ritmo cambia di colpo: passa da 10 a 20 reti in appena 29 gare, da 20 a 30 ancora in 29, e da lì comincia a prendere forma il vero paradosso del capitano. Perché nel momento in cui entra stabilmente in una certa dimensione offensiva, smette di essere soltanto un centrocampista di raccordo e diventa uno che la porta la sente eccome. Il suo gol nel pareggio di Bologna è solo l’ultima conferma di questa storia.
Il temibile ruolo del capitano
La parte più interessante, però, arriva dopo. Dai 30 ai 40 gol gli servono 51 partite, dai 40 ai 50 ne bastano 36, mentre per arrivare da 50 a 60 deve aspettarne addirittura 78. Ed è qui che dentro il dato entrano tutto il resto: gli infortuni, i cambi di ruolo, le stagioni spezzate, le pressioni, i momenti storti vissuti da lui e dalla squadra. In altre parole, la sua curva realizzativa non è lineare, ma profondamente umana. Sale, accelera, poi si inceppa e infine resiste. E forse è proprio questo a renderla ancora più romanista.
Gol o simbolo?
Il punto finale è semplice. Questi 60 gol non raccontano un bomber travestito da centrocampista, ma un giocatore che, quando sta bene e quando sente la partita, sa essere decisivo come pochissimi altri nel suo ruolo. Per questo il dato sui traguardi intermedi pesa così tanto: non certifica solo la continuità, ma anche quanto la Roma abbia dipeso a lungo dalle sue fiammate offensive. E nel rumore che spesso si porta dietro il nome di Pellegrini, questa resta forse la verità più forte.