Il 2-0 al Cagliari ha dato una risposta immediata: con Donyell Malen la Roma può essere più verticale e più cattiva. Ma l’intervista di Giannini apre una domanda che vale per le prossime settimane: cosa succede quando torneranno (o quando serviranno) gli altri centravanti? Perché il “tipo” di punta cambia il modo in cui attacca tutta la squadra.
Il giudizio di Giannini: “macchinosi” non è un insulto, è una fotografia
Giannini è netto: “Artem Dovbyk è più statico” e Evan Ferguson “si muove ma non ha quella freschezza mentale con cui Malen è arrivato“. Tradotto: Dovbyk tende a dare un riferimento, a stare nel corridoio centrale, a lavorare più di posizione che di strappo. Ferguson, invece, è più associativo: viene incontro, lega il gioco, ma può essere meno “elettrico” quando la partita chiede la giocata immediata. Malen è l’opposto: vive di tagli, diagonali, attacco dello spazio e soluzioni in corsa.
La soluzione non è scegliere “Malen o no”: è scegliere “quello giusto”
Qui entra Gasperini: Malen può essere l’arma per aprire le difese con la profondità e per punire quando c’è campo. Dovbyk può diventare utile quando serve presenza continua in area, duelli, seconde palle, partite “sporche”. Ferguson può tornare prezioso se la Roma deve palleggiare e attirare fuori i centrali, creando corridoi per gli inserimenti dei trequartisti. La verità è che l’attacco cambia pelle a seconda dell’avversario. E la Roma, per puntare in alto, dovrà imparare a far convivere queste identità: non solo chi segna, ma come ci arrivi.