Le interviste spesso sono fumo, questa no: Sabatini entra nella parte scomoda, quella dei conti. E mentre mezzo mondo discute di mercato e di slogan, lui mette un paletto: “Spero non Koné”. Tradotto: se a giugno qualcuno dovrà pagare, non toccate il centro del campo. Perché senza quel tipo di giocatore, la Roma può anche avere idee davanti, ma perde sostanza sotto.
Il paragone con Nainggolan non è nostalgia: è una diagnosi
Nainggolan, a Roma, non era “solo” intensità: era il giocatore che ti permetteva di stare alto, accorciare, recuperare secondi palloni e riattaccare senza respirare. Quando Sabatini dice che Koné “fa reparto”, sta scegliendo il suo valore vero: non i gol, non la giocata social, ma la tenuta. E aggiunge una frase che fa da reality check: “di Radja ce n’è uno solo”. Quindi il paragone non è per gonfiare, è per chiarire: Koné è prezioso proprio perché è raro.
E se il sacrificio fosse altrove? La Roma deve imparare a proteggere i “pilastri”
Il secondo livello del discorso è ancora più interessante: Sabatini non parla solo di Koné, ma di gerarchie. Dentro la stessa risposta infila Wesley: “cambia le partite, cresce di gara in gara”. È come se stesse disegnando una spina dorsale mentale prima ancora che tecnica: chi regge la pressione, chi dà campo alla squadra, chi alza il livello quando serve. Se la Roma vuole davvero inseguire la Champions, deve fare una cosa “da big”: scegliere chi è intoccabile prima di essere costretta a farlo.