Oggi il dibattito è sempre lo stesso: ambizione o realtà? E Sabatini, su La Gazzetta dello Sport, fa una cosa che a Roma raramente si fa senza conseguenze: sposta l’obiettivo. Non “vediamo”, non “proviamo”, non “dipende”. Per lui la UEFA Champions League è il minimo sindacale, e il progetto — parole sue — si sta costruendo con un orizzonte ancora più grande.
Non è ottimismo: è un messaggio a Trigoria
Il punto non è se Roma sia “già pronta” a quel livello: il punto è che, dicendo “obiettivo minimo”, Sabatini toglie l’alibi preventivo. E lo fa in un momento delicato: la squadra ha identità, ma vive ancora di fiammate e di giornate “sì/no”. È qui che la sua frase diventa una spinta politica: se la Champions è il minimo, allora ogni partita pesa come un referendum. E “speranza scudetto” è la miccia: non promette, ma pretende che la Roma inizi a ragionare da grande.
Perché la frase di Sabatini può cambiare il clima
Dentro quelle parole c’è anche una tutela implicita per Gian Piero Gasperini: l’ex DS lo definisce valore aggiunto e parla di costruzione nel tempo, non di fughe. Il sottotesto è chiaro: non serve inseguire drammi settimanali, serve continuità. E la continuità, in questa Serie A, è la vera moneta della Champions. Se il traguardo è “minimo”, allora anche l’ambiente dovrà imparare a respirare: meno isteria, più lucidità.