In una lunga e appassionata intervista rilasciata a Sportweek, Bryan Cristante fa il punto sulla sua avventura in giallorosso, arrivata a toccare l’incredibile traguardo delle 364 presenze. Il centrocampista racconta il suo viscerale legame con Roma, una città capace di donare un calore travolgente ma altrettanta pressione quando mancano i risultati. Con i gradi di leader, Cristante riflette sull’onore e la responsabilità di trasmettere il senso di appartenenza ai compagni più giovani. Infine, si sofferma sull’impatto fondamentale di due maestri come José Mourinho e Gian Piero Gasperini, tecnici profondamente diversi ma entrambi cruciali per la sua crescita e i successi del club.
Le dichiarazioni di Bryan Cristante
Ripercorrendo le sue tappe nella Capitale, il centrocampista non ha dubbi su quali siano state le notti più significative: «Oddio, le tre che vanno sul podio… Le due finali di Coppa sicuramente, la prima di Conference che abbiamo vinto sul Feyenoord ma anche l’altra, dell’Europa League, persa ai rigori contro il Siviglia. Poi, senza andare troppo indietro nel tempo, ti dico l’ultima giornata di questo campionato a Verona in cui ci siamo garantiti il ritorno in Champions, una manifestazione che mancava a tutti – società, giocatori e tifosi – da troppo tempo».
Vivere otto anni in una piazza così calda potrebbe sembrare più logorante rispetto ad altre realtà, ma per Cristante il legame con la città è qualcosa di unico, pur con le sue complessità: «Ma no… Roma è una città di cui ti innamori subito, già al primo giorno. Arrivi e, dove ti giri ti giri, rimani folgorato dalla sua bellezza. Lo stadio, poi, ti dà qualcosa in più: la carica dei tifosi romanisti non la scopro io, l’inno sulle note della canzone di Venditti è da pelle d’oca. Di sicuro, questa è una città che richiede tanto e che non è sempre facile. Tutto quello che ti dà – calore, entusiasmo e passione – quando le cose vanno bene si trasforma in pressione, in un’urgenza che diventa stress e non è semplice da gestire se non arrivano i risultati. È il rovescio della medaglia».
Un amore che si concretizza anche nella responsabilità di essere un punto di riferimento per lo spogliatoio, un ruolo vissuto con profonda consapevolezza: «Sembrerà scontato, ma è davvero un onore essere il capitano di una squadra che porta il nome di una città enorme, in tutti i sensi, come questa. Ho l’orgoglio, insieme a Pellegrini o a Mancini, di trasmettere ai più giovani il senso di appartenenza a questo club così visceralmente legato alla gente che lo sostiene».

Il percorso del giocatore è stato fortemente segnato dall’incontro con allenatori di altissimo profilo. Sul confronto tra i metodi di due giganti della panchina come il portoghese e l’attuale tecnico, il mediano chiarisce l’impronta che entrambi hanno lasciato: «Non solo a me, ma a tutta la squadra, Mourinho ha dato concretezza. Ci ha trasmesso il suo carisma, inculcandoci il concetto di vittoria; il bisogno, direi, di vincere. Con lui abbiamo fatto due grandi stagioni, vincendo una Coppa e perdendone un’altra ai rigori. Mister Gasperini è forte, c’è poco da fare. Io che avevo già avuto la fortuna di averlo all’Atalanta, sapevo che bisogna solo andargli dietro perché è uno che ha fatto benissimo ovunque, e lo ha dimostrato pure al primo anno in una piazza esigente come questa».
Sebbene l’approccio tattico di Gasperini sia notoriamente più votato allo spettacolo e all’intensità, il numero 4 ci tiene a sottolineare il valore delle conquiste ottenute sotto la precedente gestione: «Sono due modi di fare calcio, ma noi ci siamo divertiti anche con Mourinho, perché quando vinci ogni tipo di calcio diventa bello. Certo, con Gasperini giochi un calcio offensivo, moderno, corri, attacchi, fai tanti gol, aggredisci e recuperi tanti palloni. È faticoso ma divertente».
Il segreto della sua costanza, e del fatto di essere considerato un elemento imprescindibile da chiunque sieda in panchina, risiede infine in un’etica inattaccabile: «Io sono un lavoratore. Mi piace andare in campo, lavorare tutti i giorni, ed essere sempre sul pezzo, fare quello che mi chiede l’allenatore. Fin da ragazzo ho sempre dato tutto».