Tra le tante reazioni arrivate dopo l’eliminazione dell’Italia, quella di Gianluca Falsini è forse una delle più dure ma anche una delle più interessanti. L’ex allenatore della Roma Primavera, promosso sulla panchina giallorossa nell’estate 2024 dopo i successi ottenuti con l’Under 16, non si è limitato a commentare la sconfitta contro la Bosnia: ha usato quel fallimento come punto di partenza per smontare un intero sistema. E il peso delle sue parole nasce proprio da lì, dal fatto che a parlare sia uno che il settore giovanile romanista lo ha vissuto davvero da dentro.
L’accusa al sistema
Il cuore del suo discorso è chiarissimo. Per Falsini, il calcio italiano continua a nascondersi dietro scuse vecchie, mentre il resto d’Europa corre. A Retesport ha contestato la narrazione costruita attorno a Bosnia-Italia e ha respinto l’idea che il problema sia semplicemente la mancanza di talento. La frase che più colpisce è quella in cui sposta il bersaglio dai giocatori ai piani alti: “Il problema sono i dirigenti”. È un’accusa che va oltre il risultato di Zenica e che tocca il modo in cui in Italia si scelgono uomini, idee e percorsi.
“Alla Roma mi guardavano come un marziano”
Il passaggio più forte, per chi legge da romanista, è però quello che riguarda direttamente la sua esperienza in giallorosso. Falsini ha raccontato che alla Roma, nonostante quattro anni di risultati, veniva guardato “come un marziano” quando sosteneva che nei settori giovanili ci si allena troppo poco. Non solo: secondo lui, il problema non riguarda soltanto i ragazzi, ma si allarga anche alle prime squadre, dove spesso manca il tempo — o la volontà — di insegnare davvero calcio. È una frase pesante, perché arriva da un allenatore che con la Roma Under 16 ha vinto due scudetti consecutivi, nel 2022 e nel 2023, e che quindi parla da dentro una storia di successi, non da fuori.
Talento sì, ma senza percorso
C’è poi l’altro messaggio centrale della sua intervista: i talenti esistono, ma in Italia non vengono accompagnati nel modo giusto. Falsini cita modelli stranieri, critica la gestione dei giovani e lascia intendere che il vero ritardo italiano stia nell’incapacità di trasformare il potenziale in percorso. Anche per questo il suo intervento va preso sul serio: non è il solito sfogo da day after, ma un atto d’accusa contro un sistema che da anni preferisce cercare colpevoli immediati invece di correggere i propri difetti strutturali. E in fondo è proprio qui che la sua lettura della disfatta in Bosnia diventa più interessante: non assolve nessuno, ma rifiuta la scorciatoia.