La rabbia esiste, ed è anche facile da capire. Mancini finisce dentro l’azione dell’1-1, dove viene sovrastato da Dzeko prima del pareggio di Tabakovic; Cristante, entrato al 71’, sbaglia poi uno dei rigori decisivi nella serie finale. Sono due episodi pesanti, rumorosi, inevitabilmente da prima pagina. Ma trasformarli nella spiegazione totale del tracollo azzurro sarebbe un errore quasi uguale a quelli visti in campo. L’Italia ha chiuso la serata fuori dal Mondiale per la terza volta consecutiva, e un disastro del genere non può stare in piedi su due soli capri espiatori.
La rabbia social non basta
Sui social romanisti il processo è partito subito: “sono cose che fanno da anni anche alla Roma”, “finché gli rinnovano il contratto non andremo da nessuna parte”. È la logica della ghigliottina, quella che riduce tutto all’ultimo errore visibile. Però la partita di Zenica racconta altro: l’Italia era avanti, poi è rimasta in dieci per l’espulsione di Bastoni, ha abbassato il baricentro, ha sofferto nella gestione e si è trascinata fino ai rigori in un contesto già compromesso. Anche le letture tecniche del post-partita hanno allargato il discorso ben oltre i due romanisti, chiamando in causa scelte, struttura della squadra e gestione della gara.
Il problema è il sistema
Il punto vero è un altro: Mancini e Cristante possono aver giocato male, ma non sono la causa originaria del fallimento del calcio italiano. Nel day after, anche voci autorevoli come Carolina Morace hanno ricondotto il tema a una riforma più ampia del sistema, indicando come priorità i settori giovanili e la crescita dei talenti italiani. La stessa FIGC, nel budget 2026, individua tra gli obiettivi strategici investimenti nei settori giovanili, nelle infrastrutture sportive e nello snellimento delle procedure. E i manuali federali per le licenze UEFA mettono nero su bianco che formazione, strutture, personale e tutela dei giovani non sono dettagli, ma architravi del sistema. Ecco perché limitarsi a due nomi è comodo, ma sbagliato. È una scorciatoia emotiva, non una diagnosi.
Criticare Mancini e Cristante per la loro partita è legittimo. Usarli come unica spiegazione del crollo dell’Italia no. Perché i due romanisti sono semmai il prodotto imperfetto di un movimento che da anni rimanda le vere riforme. E allora il punto non è assolverli del tutto, ma smettere di far finta che basti condannare loro per salvare il resto.