Wesley-Diao come Bastoni-Kalulu: il caso Como-Roma svela un contesto sbagliato

Il rosso a Wesley ha riaperto una ferita già vista in Inter-Juventus: episodio dubbio, VAR impotente e processo pubblico immediato

Jacopo Mandò -
Tempo di lettura: 2 minuti
Wesley-Diao
Wesley-Diao come Bastoni-Kalulu: il paragone che infiamma i social – Romaforever.it

La sconfitta della Roma a Como per 2-1 ha acceso una polemica che va oltre il campo. Il momento chiave è il secondo giallo a Wesley al 64’, sull’azione di Assane Diao: una decisione che diverse ricostruzioni hanno giudicato quantomeno molto severa, se non proprio sbagliata, e sulla quale il VAR non ha potuto intervenire perché l’attuale protocollo non prevede la review del secondo giallo, se non nel caso di scambio di persona. Non a caso, dal 1° luglio 2026 l’IFAB allargherà il protocollo proprio ai rossi nati da un secondo giallo chiaramente errato: segno che il problema esiste davvero.

L’episodio che ha fatto esplodere tutto

Nel post partita, la rabbia di Gasperini è stata totale: “Non c’è niente”, ha detto, sostenendo che Wesley si fosse addirittura spostato per non intervenire. Dall’altra parte, però, il gesto di Diao e soprattutto la sua esultanza dopo il rosso hanno incendiato il dibattito sui social, dove molti romanisti hanno letto la scena come una furbata cercata e accentuata. È da lì che il caso tecnico è diventato anche un caso mediatico.

Il precedente Bastoni-Kalulu

Il parallelo è venuto naturale perché il 14 febbraio 2026, in Inter-Juventus, era successo qualcosa di molto simile: Kalulu fu espulso per doppio giallo dopo il contatto con Bastoni, episodio che generò accuse di simulazione e un’enorme bufera. Anche lì il VAR non poté correggere il secondo giallo. La differenza è che quel caso è diventato una vera gogna nazionale: Bastoni ha poi ammesso l’errore, ha parlato delle minacce ricevute dalla moglie, e secondo diverse ricostruzioni lui, la famiglia e perfino l’arbitro La Penna sono finiti in una spirale di insulti e minacce.

Il tribunale dei social

Ed è qui che il discorso si fa più interessante. Perché Wesley-Diao e Bastoni-Kalulu raccontano la stessa malattia del calcio italiano: un errore arbitrale, un protocollo che lascia l’arbitro solo nel momento peggiore e, subito dopo, il passaggio dai replay al linciaggio digitale. La reazione, però, non è mai davvero uniforme: cambia in base al peso mediatico della partita, alla dimensione delle tifoserie coinvolte, alla viralità del video e al personaggio finito nel mirino. Questa è una lettura, non una misura scientifica, ma è difficile non vedere una giustizia social a geometria variabile.

La sostanza, allora, è semplice. Diao merita una critica sportiva. Bastoni meritava una critica sportiva. Ma il punto non può diventare la gogna. Perché il vero scandalo non è soltanto il gesto del singolo: è un sistema che continua a produrre episodi ingestibili e social che trasformano ogni errore in una campagna d’odio. E finché resterà così, ogni nuovo caso sembrerà diverso. In realtà sarà sempre lo stesso.