C’è una classifica che, letta così, sembra quasi una provocazione: Como davanti a tutti, e subito dietro la Roma dei Friedkin. Non è la graduatoria dei punti, né quella dei trofei: è quella del peso economico delle proprietà. E se la fotografia è vera anche solo “abbastanza”, allora il tema non è più quanto spendi, ma come trasformi una potenza potenziale in un progetto che vince.
Secondo un riepilogo Forbes sui proprietari miliardari nel calcio italiano, in cima ci sono i fratelli Hartono (Como), poi Dan Friedkin (Roma), quindi Rocco Commisso (Fiorentina) e a seguire famiglia Saputo (Bologna), con altri nomi forti come Renzo Rosso, John Elkann, Berlusconi, Arvedi e Percassi.
Il denaro: risorsa o condanna?
E qui scatta la domanda che ai romanisti interessa davvero: a cosa serve essere “secondi per patrimonio” se poi la Roma resta spesso prigioniera dei suoi stessi limiti? Perché il denaro, nel calcio moderno, non è un interruttore. È semmai un moltiplicatore: se la struttura è solida, amplifica. Se la struttura è fragile, brucia.
Il punto non è chiedere ai Friedkin di diventare un bancomat. Il punto è pretendere che quella forza si veda dove conta davvero: stadio (e tempi), area sportiva (scelte e coerenza), continuità tecnica. Perché la classifica dei miliardi può anche farti sorridere per un secondo, ma la Roma vive di un’altra graduatoria: quella in cui contano le domeniche, non i decimali.