C’è un dato che sembra scritto apposta per far scattare la discussione al bar e, insieme, per ricordarti quanto il calcio sappia essere crudele: da quando la Serie A è tornata a 20 squadre (2004/05), la Roma ha fatto più punti del Milan. Tre in più: 1497 contro 1494. Eppure il tabellone dei trofei, nel frattempo, racconta l’opposto: scudetti Roma zero, scudetti Milan due (2010/11 e 2021/22).
Il paradosso: essere “grandi” senza diventare primi
La Roma, in questa fotografia, è la squadra della continuità: tanti anni a fare bene, a restare su, a non sparire mai davvero. Ma il titolo non lo vince chi somma soltanto: lo vince chi, in una stagione, riesce a trasformare la costanza in picco, a fare il salto di qualità proprio quando la pressione diventa metallo.
E allora quei tre punti in più diventano quasi una beffa: dicono “ci siamo stati”, ma non dicono “ci siamo presi tutto”.
Perché succede
Perché lo scudetto non è un campionato di “media voto”. È un campionato di fratture: settimane in cui non devi perdere punti quando non hai luce, mesi in cui devi vincere anche quando hai gambe pesanti, momenti in cui la testa vale più delle idee. Il Milan, in due annate, quel click lo ha trovato. La Roma, tante volte, ha toccato il bordo senza afferrarlo.
E oggi questa statistica torna attuale in un modo semplice: alla Roma non basta fare punti “da Champions” a lungo. Deve imparare a farli nel momento in cui contano davvero, perché è lì che si decide se una stagione è soltanto buona o finalmente memorabile.