A Roma certe storie non invecchiano: cambiano forma. Il trend social “2016 vs 2026” gli strappa un sorriso, ma dietro quel gioco c’è un punto che fa male: nel 2016 Castán era appena tornato in campo dopo aver sconfitto un tumore, poi la partita storta contro Hellas Verona e la scelta netta di Spalletti lo tagliano fuori. Oggi, dieci anni dopo, non cerca una riabilitazione da ex: cerca una rivincita da allenatore.
2016 non è un ricordo: è una lezione (anche su come si perde)
Il passaggio più “forte” non è la polemica: è la maturità. Castán dice di non aver discusso la decisione di Spalletti, ma i modi. E nello stesso respiro lo definisce uno dei migliori tecnici avuti: è un modo elegante per dire che si può essere duri senza essere brutali.
Qui c’è il non detto che vale più del virgolettato: quella stagione gli ha insegnato cosa succede quando il calcio diventa una sentenza e tu cerchi un colpevole solo per non guardare in faccia il dolore. “Ho fatto pace”, ammette. Ma subito aggiunge la frase che spiega tutto: non sa perdere, e aspetta la sua rivincita. Non contro qualcuno: contro quel momento.
Cosa c’entra con la Roma di oggi: pressione, isolamento e “romanismo” senza filtri
La parte che parla ai romanisti è quella su Trigoria: “isolatevi”, non ascoltate il rumore esterno e soprattutto non fate uscire ciò che succede dentro. È un consiglio da ex che conosce la piazza: Roma è magnifica, ma se non reggi la pressione ti schiaccia.
E non è casuale che colleghi subito questo tema ai volti: Mile Svilar come base di affidabilità e Wesley come spinta, con l’idea che con Carlo Ancelotti (in chiave nazionale) potrà diventare ancora più completo.
Dentro, poi, c’è un altro messaggio: Castán si dice “innamorato” dell’idea di Gian Piero Gasperini e della difesa a tre sull’uno contro uno. Non è nostalgia tattica: è un modo per dire che questa Roma, se trova protezione mentale e identità, ha già tutto per stare in alto.