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Champions, Roma e Juventus: quei 180' che hanno rilanciato le squadre italiane

L'impresa dei giallorossi contro il Barcellona e quella quasi sfiorata dai bianconeri contro il Real Madrid restituiscono lustro alla Serie A. Un risultato che arriva nel giorno più nero per il nostro calcio: l'Italia è 20/a nel ranking per Nazionali, mai così in basso nella storia
Giovedì 12 aprile 2018
ROMA - È la Champions League più interessante degli ultimi anni, finalmente arrivano i colpi di scena e le sorprese, lo spettacolo dei pronostici rovesciati, dei re improvvisamente senza veli. Per la prima volta nella storia in semifinale ci sono un'italiana, una spagnola, un'inglese e una tedesca. E il merito è dell'Italia, proprio lei, la reietta, quella che ai Mondiali non ci sarà. La Roma che asfalta il Barcellona e cancella Messi, la Juve che sbanca il Bernabeu ma le manca un soldo o c'è un fischio di troppo per fare una lira, e intanto piomba in semifinale pure il Liverpool, arrivato fin qui quasi sempre grazie a Salah, una cessione obbligata della Roma, per qualcuno una concessione.

C'è ancora vita su Marte, anzi ce n'è moltissima, forse si manifesta con criteri carsici, si inabissa a lungo poi rispunta fuori con lampi accecanti e quando meno te lo aspetti, ma c'è, eccome. Il cuore del calcio italiano batte forte, anche se in Russia non si presenterà, e invia segnali chiari. Il re è nudo, sta dicendo questa Champions League, anzi lo urla dopo i 180 minuti dei quarti di finale: l'egemonia spagnola è in bilico. Dopo sette stagioni in cui la Spagna piazzava almeno due semifinaliste, questa volta è rimasto solo il Real Madrid, e per pochissimo, come dolorosamente sa la Juve. Il Barcellona è stato spazzato via dalla migliore Roma di sempre in Champions, dall'intelligenza strategica di Di Francesco, dalla capacità di spendersi per 180 minuti con l'intensità che la competizione richiede, dal fuoco, dall'orgoglio di chi è stato per troppo tempo con la testa sotto la sabbia e prima o poi può, deve riemergere, perché cent'anni di tradizione calcistica vorranno pur dire qualcosa.

Il Real Madrid si è salvato per il fischio provvido di un arbitro inglese al 92', che la Juve contesterà per tutta la vita, mentre il mondo del calcio, con una certa compattezza, sembra dar ragione alla decisione di mister Michael Oliver, ma non è esattamente quello il punto: il punto è che la Juventus di quell'altro mirabile stratega di Max Allegri, come la Roma col Barça anche già nell'1-4 del Camp Nou, ha giocato alla pari del Real Madrid sia all'andata sia al ritorno, lo 0-3 di Torino era scaturito comunque da una partita equilibrata, e occhi negli occhi è stata anche la sfida del Bernabeu, fino all'ultimo respiro, fino al 98', ed è stato necessario un rigore di Cristiano sotto l'incrocio dei pali per sfangarla, altrimenti Szczesny avrebbe parato. A Madrid insomma hanno deciso i dettagli infinitesimali, diciamo così, che hanno spostato ancora una volta la bilancia verso chi ha vinto tre delle ultime quattro Champions e che lo scorso anno, anche se in modo assai più vergognoso di mercoledì notte, ricevette cospicui aiuti arbitrali, quella volta fu l'ungherese Kassai (che infatti quest'anno neppure si è avvicinato ad arbitrare la fase a eliminazione diretta) che sollevò il Madrid oltre il Bayern, con decisioni pazzesche.

La Spagna è ancora potentissima dunque, e ostenta la sua grandezza politica ogni volta che si giocano queste sfide decisive, ma l'acciughino Allegri da Livorno e lo sgobbone Di Francesco da Pescara ci hanno spiegato che i mostri sono attaccabili, scalfibili e addirittura battibilissimi, basta studiarli per bene, basta essere capaci di infilarsi nelle pieghe dei loro difetti e delle loro insicurezze, perché tutti ne hanno. È stata una lezione di calcio all'italiana nella sua accezione più raffinata, questa tornata di quarti di finale di Champions. Abbiamo una tale fantastica tradizione culturale, fatta di conoscenze tattiche, di psicologia sportiva e di sapienza tecnica nei momenti che contano, che ci rende clienti intrattabili per chiunque, a patto che si arrivi all'appuntamento nel modo migliore, con la testa e con le gambe.

C'erano solo tre giocatori italiani nella Juve del Bernabeu (Buffon, De Sciglio e Chiellini), appena due nella Roma del 3-0 al Barça (De Rossi e Florenzi). Ed è forse questa una delle cause della mancata qualificazione al Mondiale: nel giorno in cui il petto dei club italiani torna agonfiarsi nel palcoscenico più prestigioso, la Nazionale tocca il punto più basso della propria storia: l'Italia è 20/a nel ranking, retrocessa di sei posizioni dopo la sconfitta con l'Argentina e il pareggio contro l'Inghilterra nelle due amichevoli di marzo. Al comando resta la Germania davanti al Brasile, col Belgio che recupera due posti ed è terzo, scavalcando Portogallo e Argentina. La Polonia passa da sesta a decima e consente a Svizzera e Francia di salire di due posti mentre la Spagna è ottava, in calo rispetto al mese scorso. Gli azzurri sono stati addirittura superati dall'Arabia Saudita e dalla Tunisia: calcisiticamente parlando, un'eresia.

Adesso la Roma, vera mina vagante delle semifinali, affronterà una tra Real Madrid, Liverpool e Bayern Monaco. In tre hanno vinto 22 Coppe dei Campioni: Di Francesco sfiderà la vera aristocrazia del calcio mondiale. Ma senza alcun timore reverenziale. In 180 minuti ci siamo ripresi la credibilità internazionale, come in 180 minuti, quelli da incubo contro la Svezia, l'avevamo persa del tutto. Cosa sia veramente accaduto in quelle due terrificanti partite tra Solna e Milano, a novembre, forse non si saprà mai. Ma è certo che quello è stato l'anno zero, e da questa primavera di Champions è iniziata la ricostruzione. C'è ancora vita tra i marziani italiani. Che ne tengano conto tutti, e al Mondiale si divertano pure senza di noi: peggio per loro.
di Andrea Sorrentino
Fonte: La Repubblica
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