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Accadde oggi: 30 marzo 1993, la notte di Cervone e del rigore di Papin

San Siro e una serata indimenticabile, due giorni dopo l'esordio di Francesco Totti
Mercoledì 30 marzo 2016
Prendi una delle Roma più tormentate della sua storia, aggiungi uno dei Milan più forti da quando sia nato. Mescola bene e avrei un salto all'indietro di 23 anni esatti e una notte a San Siro difficilmente poco dimenticabile. Era il 30 marzo 1993 quando l'allora Roma di Boskov saliva a Milano per guadagnarsi la finale di Coppa Italia, forte sì del 2-0 maturato all'andata, ma pur sempre in casa dei rossoneri. È passato tanto tempo, ma sembra ancora ieri, con Francesco Totti a fare da ponte ideale tra le sensazioni provate allora e i brividi che tornano ancora oggi nel ripensare a quella sera d'inizio primavera.
È una Roma con tanto cuore e poca fortuna quella, passata da appena una stagione sotto la guida di Giuseppe Ciarrapico, che una notte del '91, a Genova, ha ricevuto dalle mani Flora Viola il testimone e certificato la chiusura di un'era aurea e l'inizio di un nuovo corso decisamente buio. L'ex Re delle acque minerali ha grandi progetti e al primo anno in sella la sua Roma chiude al quinto posto, rilanciando forte nel piatto anche per la stagione successiva. L'estate del 1992 porta infatti con sé lo sbarco a Trigoria di Vujadin Boskov, l'uomo dei miracoli nella Samp scudetto di Vialli e Mancini, accompagnato dagli arrivi di Siniša Mihajlović e Claudio Caniggia, a cui fa però da contraltare l'addio di Sebino Nela, che a novembre si accaserà al Napoli, ma soprattutto quello di Rudi Völler, volato a Marsiglia dopo aver tenuto quasi unicamente sulle sue spalle una Roma che al tedesco si è aggrappata per ben cinque stagioni. La città sembra pronta a sognare, ma a risvegliare tutti ci pensa il Pescara già alla prima giornata, che gela l'Olimpico con un gol di Nobile e dà il via a un anno di problemi che sembrano avere il loro culmine il 18 marzo, con i giallorossi che vengono scaraventati fuori dalla Coppa Uefa a Dortmund, mentre in contemporanea le forze dell'ordine recapitano al presidente Ciarrapico un mandato di custodia cautelare per lo scandalo legato alla Safim-Italsanità.
È in questo quadro a metà tra il tragico e la commedia all'italiana che s'inserisce Milan-Roma, semifinale di una Coppa Italia alla quale i giallorossi devono dare tutto per non ritrovarsi a dover chiudere la stagione drammaticamente prima rispetto alle previsioni inziali. Quel 30 marzo arriva venti giorni dopo un'andata che ha visto i gol di Roberto Muzzi e Claudio Caniggia stendere i rossoneri di Fabio Capello, ormai prossimi ad un ennesimo titolo tricolore e a una nuova finale di Coppa dei Campioni. È un Milan ai limiti dell'invincibilità, capace di laurearsi campione d'Italia con appena due sconfitte su trentaquattro partite e nel quale si fa fatica ad eleggere il più forte tra giocatori del calibro di Van Basten, Franco Baresi, Paolo Maldini, Rijkaard, Dejan Savićević, Roberto Donadoni e Ruud Gullit. All'andata, il tecnico di Pieris ha probabilmente sottovalutato troppo l'impegno, scegliendo Cudicini, Gambaro e Marco Simone, che infatti a San Siro tornano a scaldare la panchina, rilevati da Sebastiano Rossi, Tassotti e Albertini. Boskov invece ha poco da cambiare. La formazione tipo prevede Cervone, Garzja, Aldair, Benedetti, Comi, Muzzi, Haessler, Caniggia, Giannini e Piacentini. È la stessa Roma, ma purtroppo un altro Milan. A San Siro c'è un intero spicchio del primo anello verde che ha cambiato colore e si è tinto di giallorosso, dove però chi ha sfidato il giorno lavorativo e lasciato a casa moglie e fidanzate vede i rossoneri premere contro una squadra bloccata in difesa, che resiste fino al 37', quando è Eranio a riaprire il discorso qualificazione. Il gol nel finale di primo tempo diventa cappello introduttivo a una ripresa dove la trama è l'assalto milanista, ma il protagonista rischia di diventare, suo malgrado, il signor Pezzella di Frattamaggiore che, oltre a espellere Gigi Garzja e annullare un gol a Giuseppe Giannini, nel finale concede anche un calcio di rigore ai rossoneri, punendo la spinta di Comi su Papin. Sul cronometro si è superato il 40' e il Milan si ritrova a undici metri dai supplementari, tanta è la distanza che divide lo stesso Papin da Giovanni Cervone, che per tutta la gara è stato croce e delizia, prendendosi troppa libertà sui cross piovuti in area, ma ritrovatosi in giornata di grazia su ogni conclusione arrivatagli nello specchio della porta. E guarda caso proprio nello specchio deve tirare l'attaccante francese, non ha altre soluzioni. Ma quando Cervone è in serata sì, fargli gol tra i suoi pali è dannatamente difficile. E quella notte a San Siro diventa praticamente impossibile, perché la sua manona destra fa da schermo anche su quell'ultimo tentativo di ristabilire una gerarchia calcistica che per una volta va a farsi benedire: non vincono i più forti, in finale ci va la Roma. La storia devia per un attimo il suo corso, per poi ripresentarsi una manciata di mesi più tardi, quando il cuore non basterà ai giallorossi per prendersi la Coppa Italia e riscrivere la trama di una stagione finita nella memoria dei tifosi quasi unicamente per quel 30 marzo 1993. Quasi però, perché appena due giorni prima, a Brescia, aveva fatto il suo debutto in Serie A un certo Francesco Totti. Ma questa, più che un'altra storia, è ormai diventata una leggenda
di Matteo Latini
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