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Chiedo perdono a Di Francesco

Lunedì 06 novembre 2017
Mi sto seriamente innamorando di Eusebio. Eh sì, anche del suo musetto da castoro miope o presbite, fate voi. Chi se ne frega se non ha il carisma abbacinante dei Guardiola e dei Mourinho, lo sguardo che stende, e nemmeno quello allucinato che inchioda di Spalletti! Già che ci sono gli chiedo pure perdono a Eusebio, confidando di non essere perdonato. Che infantile assurdità lamentarsi che non sia ciò che non potrebbe essere. Come rimproverare al Liga di non somigliare a David Bowie o a Bova di non essere Marlon Brando. Non ha senso. E' una bambinata. Un capriccio senza zucca e senza sale. Come prendersela col nonno perché non è Babbo Natale e invece della slitta i suoi magnifici doni li porta su una scassatissima Ape 50. Si può andare a letto felici anche con le filastrocche del rocker di Correggio e svegliarsi, anzi, in un bagno di luce, cantando di angeli nella nebbia. Il Difra sta dimostrando giorno dopo giorno le sue virtù. Il carisma seduce ma è dispotico, ti schiaccia, ti mette sotto. Quelli come Eusebio non ne hanno bisogno. Con lui non devi mai stare nella posa del genuflesso adorante. Ma non fatevi ingannare, dietro la sua apparente timidezza c'è un carattere di ferro. E' un osso duro Eusebio. Non è un animale da salotti e da consensi facili.

Già che ci sono, faccio me, quello che si firma, ma faccio anche la controparte degli ottusoidi social che caricano a corna basse: "Eccolo, il Saputone, dove sta a casa sua la coerenza?". La coerenza sta, rispondo, solo nella testa degli statuari coglioni allineati lungo il Viale della Demenza. Come gli esperimenti quantistici insegnano la vita è qui e allo stesso tempo altrove, il gatto è vivo e morto allo stesso tempo, dunque io nel momento in cui dico che Eusebio non ha carisma, sono anche l'altro, vale a dire Rabdo, che sospetta di aver detto una cazzata. Allo stesso tempo ribadisco il concetto, Eusebio non può vantare il carisma, ma ha altre magnifiche doti che bastano e avanzano per vincere. Doti che sto scoprendo progressivamente, inclusa, ieri, la serenità meravigliosa con cui ha commentato la vittoria a Firenze, quando altri suoi colleghi la boria li avrebbe trasformati in una mongolfiera. Che, attenzione, non è odiosa modestia ma la semplicità incantevole degli uomini che hanno tanta qualità e nessuna vanità.

Fa capolino, nel frattempo, l'altro coglione di scorta da qualche irrilevante e maleodorante buco dell'immondo social, s: "Eccolo, il Furbacchione, che sale sul carro dei vincitori!". Perché c'è un'alternativa? Chi lo conosceva prima Eusebio come allenatore? Arrivavano notizie così certe da Sassuolo. Quelli che si spacciavano Eusebi ancora prima che Eusebio venisse al mondo sono i poveracci di sempre che, non avendo un'insegna propria e non potendo tifare per se stessi non avendo oggettivamente un motivo per farlo, si arruolano a vita sotto le insegne altrui. Vincente e non ancora vincitore, Eusebio è stato subito esemplare nel lasciar blaterare i cazzoni che sentenziavano del suo carisma zero, ma anche quelli che lo bollavano come uno scolaretto zemaniano. Ha lasciato dire, limitandosi a fare. Non si trucca da quello che non è, si fa amare per quello che è. I tifosi li ha sempre avuti dalla sua parte.

I giocatori ha saputo conquistarli uno ad uno, con una specie di pressing amoroso e pieno di buoni esempi, anche quelli, non pochi, all'inizio diffidenti o scontrosi, perché spaesati o nostalgici spallettiani. Ha tirato dalla sua parte gente come Dzeko, Nainggo, De Rossi e Strootman e diseredati come Jesus, Gerson e Peres. Onesto fino in fondo, ha preso atto di Alisson e di Fazio, che ora sono inamovibili. Ha preso atto dei suoi errori, che ora sono sempre meno. Di un gruppo ondivago e assortito ha fatto, in poco tempo, un'armata. E il bello deve ancora venire.
di G. Dotto
Fonte: Dagospia

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