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La montagna giallorossa

Domenica 05 novembre 2017
Più che una partita sarà una battaglia, di muscoli, di gambe, di nervi. Fiorentina-Roma è il primo gala della stagione al Franchi e capita in un momento particolare. Si sfidano la quinta (i giallorossi) e la settima (i viola) e, almeno secondo il responso della classifica, il divario non dovrebbe essere enorme. E invece lo è per tanti motivi, tecnici e psicologici. La sconfitta di Crotone ha ricacciato indietro la Viola, riannodato il filo dell'amarezza, gettato acqua a catinelle sul fuoco dell'entusiasmo che tre vittorie consecutive (Udinese, Benevento e soprattutto Torino) avevano acceso. Ma la fiammella, evidentemente, era troppo flebile. La Roma, invece, arriva al Franchi dopo aver vinto 11 trasferte consecutive (7 con Spalletti e 4 con Di Francesco) e soprattutto con il morale alle stelle per aver appena stracciato 3-0 il Chelsea di Conte in Champions League e aver ipotecato il passaggio agli ottavi di finale.

Di Francesco nella scorsa primavera è stato vicino alla Fiorentina, quanto è difficile da dirlo. Di sicuro il colloquio con Corvino non è andato bene e con il senno di poi non è difficile capirne i motivi. Eusebio, dopo il Sassuolo, non voleva ripartire daccapo e nella sua testa il ritorno a Roma era un desiderio troppo forte da tenere a bada. Noi, ora, siamo felici con Pioli, ma non possiamo evitare di evidenziare i meriti di Di Francesco, troppo frettolosamente considerato zemaniano e invece più paragonabile a Spalletti, da cui ha ereditato i giallorossi o perfino a Trapattoni, se consideriamo che la Roma ha la miglior difesa del campionato. Equilibrio, compattezza, verticalizzazioni, il calcio di DiFra è semplice e letale, non inventa niente ma riesce a trasmettere valori significativi al suo gruppo: tutti per uno e uno per tutti. La Roma, in questa stagione, ha perso solo due partite, entrambe all'Olimpico, una per sfortuna con l'Inter, l'altra contro l'abbagliante Napoli di Sarri. Ma fuori vince con regolarità svizzera: a Bergamo e a Benevento, a San Siro contro il Milan di Montella e poi a Torino con i granata di Mihajlovic, facendo rosolare gli avversari e colpendoli al momento giusto. 8 gol fatti e soprattutto zero subiti. La forza, in questo momento, è rappresentata dal gioco sugli esterni, i giallorossi volano con le ali Perotti, che ha ritrovato la condizione del Genoa e El Shaarawy, che vive il suo miglior momento da tanti anni a questa parte. Dzeko, a digiuno da quattro partite, è un esamone per la distratta difesa della Fiorentina.

In teoria, diciamolo con sincerità, sembra difficile per la Viola uscire indenne dal primo big match al Franchi. Anche perché, almeno sino adesso, le prime cinque hanno fatto un campionato a parte, lasciando alle altre soltanto la miseria di 6 punti su 162. Pioli, peraltro, ha parecchi problemi da risolvere: l'infortunio di Laurini mette a repentaglio la già scadente tenuta difensiva e il forfait quasi certo di Thereau toglie imprevedibilità e pericolosità all'attacco. Andiamo ad affrontare l'Everest con un tridente di ragazzi, generosi ma inesperti: Gil Dias-Simeone-Chiesa. Bisognerà giocare da squadra e cercare, una volta tanto, di fare la partita sugli avversari, non concedendogli metri per le ripartenze e spazi per le percussioni centrali. Servirà attenzione (quella che è mancata a Crotone), grinta, concentrazione e mantenere il ritmo alto. Fondamentale sarà vincere più scontri individuali possibili e giocare bene tecnicamente. La rabbia dei giovani, che sicuramente non mancherà, può trasformarsi in energia liquida, a patto che venga bene incanalata e non diventi un'arma a doppio taglio. E poi grande capacità di soffrire per tutti i novanta minuti, senza cali di tensione. Dura sarà dura. Ma, come dice Pioli, nessuno è imbattibile. E allora, forza e coraggio.
di A. Bocci
Fonte: Corriere Fiorentino

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