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Il Leicester ritrova la memoria: gli ammutinati di Ranieri non smettono di vincere

Lunedì 20 marzo 2017
D'improvviso, forse per un caso, più probabilmente per ragioni esatte, il cielo del Leicestershire, nelle East Midlands, è tornato sereno. In una manciata di settimane i nuvoloni lividi e carichi di pioggia sono volati nelle terre dei ricordi, e il sorriso è affiorato di nuovo perfino sulla faccia dei sassi. Il mondo ora ride, l'inverno non fa più paura, addirittura il gelo è divenuto più clemente. Ma, soprattutto, il Leicester City campione d'Inghilterra in carica ha ripreso a sfrecciare. Era precipitato nell'abisso più profondo della Premier League, frequentava ormai l'idea (umiliante, va detto) di retrocedere con la corona ancora adagiata sulla testa e viaggiava in un capriccio del destino. Poi, d'improvviso, forse per un caso, più probabilmente per ragioni esatte, l'andare della stagione ha compiuto una virata tanto inaspettata quanto attesa. Dev'essere stato un colpo di vento, a sciacquar via quei temporali pazzeschi. E, a voler essere precisi, quel vento ha un nome e un cognome: Craig, Craig Shakespeare. Non è James Bond in Missione Goldfinger: al più somiglia al signor Wolf di Pulp Fiction, quello che risolveva problemi. Di sicuro, nel respiro corto di quattro-partite-quattro, Shakespeare ha restituito un presente e un futuro alle Foxes, sfruttando anche la benedizione dell'uomo dal cognome più impronunciabile del Regno, il presidente Vichai Srivaddhanaprabha.

IL ROMANZO
Al grande romanzo del Leicester, si sarà intuito, finora è mancato un personaggio, e certo non un attore di secondo piano. Convitato di pietra dell'opera di...Shakespeare è d'altronde Claudio Ranieri. Vale la pena di ricordare che Ranieri è stato esonerato lo scorso 23 febbraio in coda alla sfida di Champions persa contro il Siviglia. Ai giocatori delle Foxes, del resto, sembrava non riuscire naturale neppure il semplice allacciarsi gli scarpini, tanto per capirsi. Infilavano sconfitte come fossero perle di una collana: solo che la collana subito si rivelava fatta di pasta, non certo di madreperla. E, non fosse sufficiente, i giocatori tutti avevano smesso di segnare in campionato. Una «non squadra». Così, come si diceva, i dirigenti del club per qualche giorno si sono attardati a fingere di venerare Ranieri e infine hanno imboccato la via più larga: la strada dell'esonero. Licenziato Claudio, che pure non è mai stato padrone di una visione tattica geniale, il Leicester ha spiccato il volo. Un volo lieve, livellato, morbido? Figurarsi. Quattro vittorie consecutive, undici gol segnati, appena quattro subìti, una qualificazione ai quarti di finale della Champions raggiunta in rimonta contro il Siviglia. Allora la domanda che balla sull'orizzonte dell'Europa è una e una soltanto: ma è possibile? È mai possibile che una squadra che non segnava neanche a specchio aperto riesca a calare un poker di successi convincenti, a convertire i dubbiosi di ogni categoria e a regalare a sé e ai tifosi una manovra smerigliata nell'arco di tre settimane? Evidentemente è non soltanto possibile, ma reale. Dai fondali della Premier, però, risalgono in superficie dicerie e pensieri; e dagli spogliatoi, fiumi di sussurri. È logico che per la rapidità e per l'esagerazione la grande trasformazione del Leicester abbia suscitato un mare di sospetti. Troppo smaccata, la metamorfosi. E ogni indizio oggi conduce ai giocatori delle Foxes e, in particolare, al deterioramento dei rapporti tra la rosa e Ranieri. Lo hanno voluto esonerare i calciatori, ecco il fuoco che crepita sotto la cenere delle belle parole. Gli hanno teso una trappola, peccando di irriconoscenza e, di fatto, di tradimento nei confronti di chi li avevi accompagnati al trionfo. Perfino Cesare Prandelli si è insospettito, da lontano. «Con il Leicester c'è stato un approccio, ma ho subito detto di no. Non si va in un posto del genere dopo aver visto come è stato trattato Ranieri». Non appare un caso dunque che d'improvviso il cielo del Leicestershire, nelle East Midlands, sia tornato sereno.
di Benedetto Saccà
Fonte: Il Messaggero

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